Gigi Rigamonti : una sola moltitudine
Pierre Restany: Ci puoi raccontare qualcosa della tua mostra al museo Guggenheim di New York?
Joseph Beuys: Era un po’ come vedere la mostra di un altro artista. Pensavo: è un uomo molto importante, ha fatto anche delle cose importanti, comunque quel giorno non ero disposto a rivedere le mie cose. In un certo senso ho avuto una specie di avversione durante tutta la mattina, sentivo un dolore in fondo allo stomaco. Tuttavia sono andato all’inaugurazione e c’era tantissima gente, poi qualcuno ha fatto per me un lunghissimo discorso. Stavo in mezzo alla gente e mi sentivo male, avevo voglia di vomitare e quindi sono uscito. Ho visto Kasper Koenig e gli ho detto: mi puoi dare una sigaretta? Egli cercava di darmi una sigaretta ma non l’ho vista: sono svenuto.
Gigi Rigamonti: una sola moltitudine
A cura di Milli Gandini
L’avversione di Beuys per la celebrazione delle sue opere, dei singoli lavori se pur esposti in uno dei più importanti musei del mondo, è prodotta dal concetto di arte che domina la sua vita come uomo e come artista. Egli crea opere e le offre come un alfabeto a chiunque sia interessato e scrivere il proprio poema. Nel resto crede poco anzi ne è disturbato violentemente.
Di questa stessa avversione è ammalato Gigi Rigamonti, le sue opere sono come semi sparsi dall’alto da un aereo fantasma e ciò che hanno prodotto ha fornito nutrizione bottino per artisti sicuramente più terreni. Non apparendo quasi mai egli si è scientemente creato un’invisibilità che è essa stessa opera d’arte, è comportamento situazionista da rivelare in una improvvisa materializzazione di sé del suo nome e delle sue opere nei modi e nei tempi idonei .
Volutamente ignorando la ristrettezza , l’assedio in cui si usa e si consuma la parte più materiale, cioè tutti i passaggi del sistema dell’arte, gigirigamonti ha instancabilmente lavorato attraverso un reale nomadismo, ha adottato un plurilinguismo , un atteggiamento Fluxus realizzando opere straordinarie in ogni campo e con ogni mezzo senza mai tentarne (finora) la divulgazione attraverso mostre, ma comunicandole nel suo quotidiano a coloro e sono molti che per vari motivi vengono attratti o messi in contatto con il suo operare.
gigirigamontiè un viaggiatore. Percorre miglia e miglia via terra e via cielo verso paesi lontani. Viaggia fisicamente e culturalmente non assestandosi mai per troppo tempo in un luogo mentale o in una terra. E’ un corriere che consegna una merce e ne riporta in cambio quella trovata in loco.
C’è un’inquietante segretezza in lui in questo trasporto di un’impalpabile merce dell’anima in ogni paese. Come un alchemico aggiunge i segreti raccolti per la trasformazione in oro dei metalli. E spesso ci riesce perché il suo viaggio si compie….
E’ un land artista dell’arte stessa: un artista della terra dell’arte.
I territori via via conquistati hanno forme specificità diverse: installazioni, software, industria, musica, arti circensi.
I mezzi artistici (vili metalli) li usa tutti: pittura, scultura, fotografia, video, design, performance sino alla sua ditta: una vera e propria fabbrica post-warholiana che alla galleria-teatro: contenitore di opere altrui.
Vien da pensare che insegua un ideale di bottega cinquecentesca che insegua l’epoca mai eguagliata per la speciale armonia che si era creata tra scienza politica architettura e arte…
Esplicito nel suo estremo laconismo crea, offre opere spazi occasioni: committente e artista contemporaneamente in ricerca della costruzione di un’opera totale quella definita da Beuys scultura sociale a cui tutti sono chiamati.
Negli anni ottanta Gigi Rigamonti è un ragazzo appassionato di filosofia e letteratura, compie studi classici, comincia a fotografare a dipingere, scolpire e contemporaneamente scopre il fascino della fabbrica di proprietà della famiglia: una vera fabbrica da favola dove nascono i più belli e più famosi manichini d’Europa.
L’inattività rispetto alla divulgazione del suo lavoro si oppone alla vertigine dell’accelerazione con
la vertigine duchampiana del ritardo, dell’opera realizzata in segreto, di una partita scacchi vivente,
della contraddizione ironica tutta da scoprire “ Pittore pubblico non vuol dire pittore popolare: per Duchamp l’arte è un segreto e deve essere condivisa e trasmessa come un messaggio tra cospiratori”
E’ l’inizio della sua pluridisciplinarietà, è il vivere nella sua realtà e l’impeto di usarla trasformandola come ogni mente geniale desidera: artisticamente e scientificamente, non separandola dalle sue passioni artistiche. Ha usato, agendo tra campi molto diversi che ha reso comunicanti fra loro, la socializzazione del lavoro organizzato, i rapporti di scambio culturale propri dei diversi mercati elevando a momento estetico
la profezia teorica di Achille Bonito Oliva nel suo fondamentale saggio:”Arte e sistema dell’arte” del 1975.
E questo attardarsi, lo stare sempre un passo indietro dalla ribalta è la vera performance, il vero enigma. E potrebbe rimanere volutamente insoluto anzi incompiuto – come si dice di un’opera d’arte - poiché anche se corredato da numerosissimi suggerimenti continuerà, per sua natura, a complicarsi, ad aggiungere pertinenze a impertinenze.
Alla fine degli anni ottanta inizia la grande avventura con l’alta moda quella moda italiana che supererà Parigi grazie a nomi ormai storici come Armani, Versace Valentino che appartengono all’arte senza più separazione alcuna. Questi personaggi che si sono sempre rivolti all’ arte seguendo e a volte anticipando correnti del pensiero contemporaneo hanno chiamato gigirigamonti per le loro più importanti manifestazioni internazionali:….
Qui, in questo book, sono presenti alcune tracce del percorso del progetto aperto di gigirigamontiil quale preferisce il fare al documentare al fine dei riti della scena galleristico-espositiva-mercantile dell’Arte, ma tali tracce per quanto non esaustive, sono indicative dell’ampiezza dello spazio artistico frequentato voluto e vissuto da solo e generosamente con altri, quasi in silenzio.
L’inattività rispetto alla divulgazione del suo lavoro si oppone alla vertigine dell’accelerazione con
la vertigine duchampiana del ritardo,dell’opera realizzata in segreto, di una partita scacchi vivente,
della contraddizione ironica tutta da scoprire “ Pittore pubblico non vuol dire pittore popolare:Per Duchamp l’arte è un segreto e deve essere condivisa e trasmessa come un messaggio tra cospiratori”
Nell’83 collabora alla realizzazione della mostra fotografica collettiva “Il Manichino” alla Galleria Il Diaframma/Canon di Lanfranco Colombo facendone anche la presentazione in catalogo e testo di Gillo Dorfles :Una doppia iconicità:La fotografia del Manichino
Ad ogni partenza per i suoi brevi o lunghi viaggi, gigirigamontiacquista preziosi quaderni che al ritorno sono diventati libri disegnati, dipinti in un diario che segue la gioia o la tristezza, la meraviglia o la delusione del momento. In studio invece gli album sono grandi materici, le pagine dialogano fra loro: si attaccano, si strappano, amore e guerra con indifferenza nei nostri confronti, sono astri brillano di luce propria…
gigirigamonti apre showroom dei suoi magnifici manichini e di altri oggetti di design, da lui creati e prodotti (brevetta anche un materiale straordinario per trasparenza e somiglianza con il ghiaccio) a Milano, New York , a Parigi e a Londra.
E’ in quel periodo (1989-90) che parte con un gruppo di amici artisti completo di commercialista e avvocato per aprire una galleria notturna a N.Y. City, non se ne farà nulla, ma la spedizione è una vera e propria performance documentata da polaroid molto mosse per agitazioni varie…Insomma egli insegue ed è inseguito dal pensiero dell’arte che coinvolge ogni suo movimento.
Realizzerà invece a Milano artandgallery nel 2002, uno spazio di straordinario fascino, un vecchio teatro d’opera della Cooperativa Filocantanti di Milano fondato nel 1932 riconvertito a galleria, bar, openspace, su progetto dello stesso gigirigamonti che ricopre tutti i ruoli del sistema dell’arte: artista, mecenate, ricercatore per tutto il mondo: da oriente a occidente di forme d’arte d’ogni nazionalità da rappresentare al pubblico italiano. L’inaugurazione di artandgallery è un omaggio a un amico pittore gravemente ammalato. E’ subito un successo di frequentazione di artisti, galleristi critici e collezionisti. Espone maestri e giovani esordienti. Crea e firma con altri artisti alcune opere.
Le mostre dell’artandgallery hanno la prerogativa di rivolgersi al sociale: qualche titolo Economies, Paura, Amore, Blind, Joy, Luoghi di Concentramento, Normal Life, Il Linguaggio delle Catastrofi, I Semi di Beuys, Tutti i nomi di Dio…con opere di artisti come, oltre a Gigi Rigamonti Mario Merz, Dennis Oppenheim (USA), Jean Toche (USA), Elizabeth Aro (Argentina), Meri Gorni, Vered Zaykovsky (Israele), Marisa Albanese, Massimiliano Foscati, Valeria Magli, Ran Hwang (Corea) Lo Hoang Nuyen (Vietnam) Liu Liguo (Cina) Xu Zhen (Cina), William Pope L. (USA), Timur Makarevic’ e Amer Mrzlijak (Bosnia), Tania Bruguera (Cuba) Cristina Braga, Gilbert & Gorge (GB) Nan Goldin (Francia), Mimmo Rotella, Pier Paolo Calzolari, Aldo Mondino, Franco Vaccari, Luca Pancrazi, Paolo Canevari, Olivo Barbieri, Armin Linke, Silvia Levenson (Argentina),Corrado Levi…
Nel 2003 la Costa Crociere gli commissiona un’installazione permanente composta dalle sue sculture per il varo della loro più grande nave la “Costa Mediterranea”. Un lavoro di enorme portata che comprende 26 sculture a grandezza naturale su diversi piani.
Il lavoro di Gigi Rigamonti appare frammentato come una scrittura aforistica: ogni piccolo dipinto sulle pagine dei suoi diari, ogni imponente scultura immessa nel sistema della Moda e della produzione di merci in generale è un aforisma. Il pessimismo di fondo e lo scatto a fare ricorda il pensiero di Cioran, di cui Susan Sontang nel suo saggio Interpretazioni tendenziose dice:”…non più qualunque tipo di cogitazione, ma solo un certo tipo di pensiero difficile. Pensiero ed esistenza non sono fatti bruti o dati logici, ma situazioni paradossali, instabili. Di qui la possibilità di concepire il saggio eponimo di uno dei libri di Cioran, -La tentazione di esistere-. Dice Cioran:- Esistere, è un’abitudine che non dispero di acquisire-.
gigirigamontiha necessità di altre voci, come Fernando Pessoa si misurava con i suoi eteronomi, egli alletta, crea provoca e duella direttamente con altri artisti.
La moltitudine, La sola moltitudine e l’inquietudine, Il libro dell’inquietudine di Pessoa sono una costante nella vita di gigirigamonti. Lo scrittore portoghese attraverso la finestra del suo ufficio sulla Rua dos Douradores di Lisbona senza mai muoversi fisicamente viaggiava raggiungendo nella sua scrittura inimmaginabili analogie con tutto il resto del mondo letterario dell’epoca e mai riuscì a mettere insieme il suo Livro de Desassossego pur accumulando un’immensità di scritti sciolti che lo collocheranno tra le figure capitali della letteratura del Novecento. Antonio Tabucchi nella sua mirabile costruzione e traduzione di Pessoa parla di opera progettuale per eccellenza (…) progetto globale dell’opera misterioso e irrealizzato (…) che probabilmente trova soluzione proprio nella sua stessa progettualità…
Ecco questa non necessità di tirare somme, questo fare e lasciare circolare in modo sommesso i risultati che continua a considerare parziali del proprio lavoro per gigirigamonti è l’unico scambio accettabile o possibile per quella inquietudine interiore e per il tedio verso la viziosità del mercato dell’arte per non subordinarsi, per lasciare indefinitamente aperta la trattativa con il suo pensiero che curioso lascia mutare non senza lotta.
Ora la sua moltitudine sta lavorando con lui al suo progetto della rivelazione, essa è già iniziata con questo, ancora sommesso, piccolo book, ma assolutamente decisa come performance artistica in attesa di quella reazione pubblica che darà e sarà il significato all’opera .
Ma anche il richiamo di gigirigamontiad altri artisti, critici, scrittori e musicisti ad operare insieme a lui in un luogo, appositamente da lui creato, sui temi come felicità morte, esistenza, vacuità… a proporre il quasi disprezzo dell’arte o del pensare: “Nello stesso modo Wittgenstein sostiene che la filosofia è come una malattia e che il compito del filosofo è studiarla come il medico studia la malaria(…)
gigirigamontiha scelto e praticato il silenzio non come una caratteristica delle sue opere che non potrebbe esistere nè essere mai raggiunto, ma silenzio come decisione nella sua arte comportamentale verso il mondo, nel negare e negarsi a esporre la propria idea…
Il linguaggio poetico di gigirigamontiattraversa e si mischia con altri linguaggi artistici in una sorta di esperanto…egli senza imposizioni mette in atto un campo di possibilità da leggere da vivere per se stesso, per chi opera con lui e per chi guarda.